THAILANDIA # 4 - Diario di una meditatrice curiosa
SECONDA PARTE
Sto riportando in bella copia la seconda parte del diario del mio ritiro di dieci giorni al Wat Pa Tam Wua, il “forest monastery” nel nord della Thailandia, due mesi dopo averlo vissuto e dopo aver concluso un altro ritiro di meditazione di diciassette giorni in un altro monastero buddhista in cui la tecnica di meditazione vipassana è molto diversa.
La mia visione delle cose è in parte cambiata,: su alcune si è consolidata, su altre sono ancora più confusa…
In questo mini racconto mi atterrò a riportare gli appunti presi durante il soggiorno cercando di non contaminarli con la mia nuova esperienza in monastero.
Ci tengo a precisare che, in questo diario, riporto il mio vissuto quotidiano e la mia interpretazione della meditazione e del buddhismo, non verità su questi argomenti. Mi scuso, quindi, se risulterò imprecisa su alcuni concetti.
Ho diviso il diario di 10 giorni in due racconti, questa è la seconda parte che va dal giorno 6 al giorno 10.
La prima parte del diario si trova QUI.
Buona lettura!
DAY 6
Pare che il monaco fondatore di questo monastero abbia meditato nella grotta qui su, quella che vediamo alla nostra destra durante la meditazione camminata del pomeriggio, per sette anni, sette mesi e sette giorni senza mai sdraiarsi per dormire. Ho preso questa informazione per buona, senza voler indagare oltre; talvolta è meglio lasciare certe cose avvolte nel mistero, la verità non sempre è necessaria.
In ogni caso, non credo si tratti dell'attuale abate, non mi sembra il tipo, appare così gaudente con le sue guanciotte tonde e il sorriso perennemente stampato sulle labbra che gli rende gli occhi ancora più a mandorla. È talmente piccino, rotondetto e lucido che “Porcellana” gli calza perfettamente come soprannome.
Non è opera mia, però… vedi che non sono la sola ad affibbiare un nickname a tutti?
Ad esempio, ho beccato la monaca al negozietto dei peccatori che, con mia grande delusione, si è comprata solo schifezze… come fa a non meritarsi il nomignolo di “J. F. L.” (Junk Food Lover)?
E poi, mica è colpa mia se il coreano arrivato insieme a me qui al tempio ha sempre, incredibilmente, la stessa espressione. Con “sempre” non intendo la maggior parte delle volte, ma sempre nel senso di tutte le volte che guardo, tutte!!! Poi per il resto del tempo non so, ma sono convinta che non abbia un’ampia gamma di espressioni facciali a sua disposizione.
“Monos” (da mono espressivo), ecco come l’ho soprannominato. Devo dire che guardarlo mi spaventava un po’, ma da quando ha un nome mi sembra più familiare e l’accolgo con meno ostilità.
Mi ricorda il Piccolo Principe di Saint Exupery quando parla dell'importanza di "addomesticare" durante il suo incontro con la volpe. Addomesticare significa creare legami, rendere qualcosa o qualcuno speciale attraverso il tempo e l'attenzione… o i nomignoli, aggiungo io.
Dare un nome a Monos è stato il mio modo di addomesticarlo, di renderlo parte della mia esperienza quotidiana. Ogni volta che lo vedo, non è più solo una presenza inquietante, ma qualcuno che appartiene a questo posto.
Anche per “Spaced Out” è stato così. Si è meritata questo appellativo che potremmo tradurre con “sballata”, ma ho preferito usare la versione inglese che mi sembrava più elegante, dopo la meditazione camminata di ieri. Era di fronte a me e anche se lo sguardo va tenuto verso il basso, non potevo fare a meno di notare la sua andatura a dir poco dinoccolata. Il mio lato osteopatico era totalmente incuriosito da tale postura barcollante: come fa a tenersi in piedi una struttura simile? Inizialmente affascinata dalla scompostezza del suo passo, ho iniziato a irritarmi quando mi sono resa conto che la mia attenzione era monopolizzata. Dal modo in cui ciondolava la testa sembrava che tutto, contemporaneamente, attirasse la sua attenzione: ora annusa un fiore, ora tocca una roccia o accarezza un cane o un gatto.
Le istruzioni della meditazione camminata sulla concentrazione sono chiare: sguardo basso, tenere le mani davanti o dietro per evitare che dondolino, respirare tranquillamente dal naso e a ogni passo ripetere “Buh - Tho” ossia “the knower”. Quando un pensiero appare, non cacciarlo via e non aggrapparsi a esso ma lasciarlo scorrere. Facile, no?!
Beh, per me NO!!! Spaced Out mi innervosiva troppo. Ma perché non sta ferma un attimo, cavolo?! Io sto cercando di fare una cosa seria: allineare mente e corpo a fare la stessa cosa per quaranta minuti, senza lasciarmi distrarre dalla bellezza della natura, dal pavimento dissestato o che scotta o da chi mi precede nella camminata.
Ci è voluto un po’ ma ecco che finalmente mi rilasso, lascio andare l’avversione che provo per questa distrazione e divento un tutt’uno con “Buh - Tho”.
“C’è posto per tutti in questo mondo”, ho pensato prima di immergermi nella meditazione, sono io che devo scegliere dove rivolgere la mia attenzione. I monaci ci stanno insegnando a guardarci dentro e a lasciare stare gli altri. Ciò che provocava in me il nervosismo era la mia avversione verso la distrazione e non la distrazione di per sé, infatti dopo non l’ho più notata, faceva parte della scenografia.
Secondo i buddhisti ci sono 5 “hindrances” o ostacoli al vedere le cose chiaramente e una di queste è il "dislike”, ossia l’avversione che si prova verso ciò che non ci piace, per cui il problema non è rappresentato dall’oggetto del “dislike” ma dalla nostra ostilità verso di esso.
Colpita ma non affondata!
Comunque la più simpatica è Giappa Bad Karma, una giapponesina che fa sempre un sacco di domande arzigogolate al monaco di turno, che io aiuto a tradurre in termini semplici e concreti. Praticamente ha paura che mettere al mondo un figlio sia espressione dell’ego non si è capito bene perché, ma il monaco ha detto “no, che stai a di’!”. Inoltre teme di trasmettere il suo bad karma al possibile nascituro e il monaco ha detto “sì, glielo trasmetterai, ma non è una cosa così grave, se la caverà, vai tranquilla”.
Pare che la domanda fosse stata fatta così, tanto per curiosità, perché è giovane e non ha neanche un compagno, però queste questioni importanti è meglio chiarirle subito. Mi ha riferito.
Mi sa che devo smetterla di guardare e criticare tutti. In ogni caso, però, non si tratta di vere e proprie critiche, ma piuttosto di osservazioni innocenti tipo: wow, che spalle larghe; ammazza che testa protesa in avanti; cavolo, ciccetta quanto sembri chiusa in te stessa, prova ad aprire un po’ il petto; questa tipa è bella, misteriosa e sciolta, se mi mettessi io in questa posizione per fare la meditazione sdraiata mi giocherei le anche e le ginocchia; chissà perché questo si è vestito come per fare la prima comunione; lei va sempre in giro con la borsetta a tracolla: ma non sente il peso da una parte durante la meditazione camminata? E cosa avrai mai di così prezioso lì dentro?; anche qui c’è gente con le braccia depilate, ma lo sanno che pungono dopo un po’? Boh, contenti loro.
Ajahn l’ha detto, “Guarda dentro, non fuori!”. Che poi, mica dovevo venire fin qui per capire questa cosa, anche da noi si dice “fatti gli affari tuoi che campi cent’anni!”.
Andata, sento che questo proverbio l’ho assorbito completamente!
DAY 7
Ore 3:14, svegliata dalla mia prima pioggia tropicale e dalla durezza del letto.
Mi sembra di avere dei lividi all'altezza dei grandi trocanteri che mi dolgono tantissimo se mi rannicchio sul fianco, sia destro che sinistro. Qui bisognerebbe dormire supini, tipo mummie, ma io non ci riesco. Preferisco, da sempre, dormire a pancia in giù, però i miei seni si schiacciano così tanto che non so come metterli e mi fanno male anche le spalle.
Ti credo che i buddhisti dicono che la vita è sofferenza! Altroché, non appena ti muovi nel letto, soffri!
Inoltre, mi prudono le gambe. Ieri, durante l’ora di “community service” in giardino, “qualcosa” mi ha riempita di pizzichi. Devo dire che l'unguento miracoloso del vecchietto lenisce il prurito ma l’effetto non dura tutta la notte e poi il ginocchio mi fa malissimo.
Nient’altro? Qualche altra lamentela? Ah sì, ho terminato l’acqua e se esco per riempire la borraccia mi inzuppo i vestiti da infermiera.
Non ho mai meditato alle 3 del mattino, quasi quasi ci provo, che è meglio che stare qui a lagnarsi.
Faccio un grande respiro e mi rendo conto di avere le spalle alte e contratte, io, che durante le lezioni di Pilates ripeto fino allo sfinimento “spalle lontane dalle orecchie”. Vabbè, capita!
Finalmente arriva l’ora della colazione! Avevo pensato di sedermi a mangiare guardando verso l’esterno per non incorrere nella tentazione di esaminare i compagni e le compagne di meditazione con il mio occhio critico ma, alla fine, decido di sfidarmi posizionandomi in un angolo per avere una bella visuale su tutti i commensali e… osservare la mia mente.
Che poi alla fine, secondo i buddhisti, la nostra mente non è nostra, ma è LA MENTE e, allo stesso modo, il nostro corpo va considerato come IL CORPO, ossia, semplicemente, un aggregato di materia, o il lavoro degli elementi, oppure solamente l’insieme dei processi di input sensoriale e interpretazione.
Capito che si è inventato il Buddha? Il tutto per giustificare il fatto che non ci dobbiamo attaccare a niente perché altrimenti soffriamo? Niente ci appartiene… nemmeno noi stessi?
Sono in piena crisi d’identità? Non chiedetemi chi sono perché non lo so. La teoria (o verità, come dicono loro) del non-self mi affascina e strazia allo stesso tempo. Vediamo cosa succederà nei prossimi giorni.
Si pratica la meditazione Vipassana per vedere la vera natura del corpo e della mente… ma io mica l’avevo capito prima di venire qui. Io sono abituata alla meditazione sulla concentrazione che qui si chiama Samatha, che ti rende felice e tranquillo. Solo a breve termine però, sostengono i monaci. Con la Vipassana, invece, arriviamo a capire e percepire che corpo e mente sono impermanenti, sofferenti e che non sono noi. E forse raggiungiamo il Nirvana.
Lo so che mi sto ripetendo, ma lo devo scrivere di nuovo per capirlo meglio: corpo e mente sono solo un agglomerato di elementi della natura, frazioni della terra… e io non sono né il mio corpo, né la mia mente.
E finalmente Ajahn ci ha spiegato cosa intende per separazione tra mente e corpo: il corpo corpo è il corpo, mentre quando parla di “mind” (mente) si riferisce ad “awareness” cioè alla consapevolezza.
Comunque… Who the fuck am I? Attaccamento. Dislike. Hindrance. Sconvolta. Fame.
Ai monaci è vietato mangiare dopo le 12 e quindi la cena non è servita neanche a noi. I pusillanimi possono recarsi al negozietto dei peccatori e acquistare noodle disidratati per pochi baht. Io, di solito, mi ci dirigo per acquistare la mia frutta, in realtà è già da qualche tempo che faccio un solo pasto al giorno e per il resto frutta. Certo, qui hanno solo una mela che non sa di niente, una specie di mela-pera che allappa e un po’ di melone. Accontentiamoci, tanto non sono io che la mangio ma il mio non-self.
A proposito di cibo, oggi ho pizzicato Spaced Out che, con movimenti lesti, si riempiva un contenitore con i resti del pranzo. Si guardava intorno con l’aria meno sballata del solito, per verificare, credo, che non ci fossero occhi indiscreti nei paraggi. Tana!
Praticamente pare che il Buddha, con questa regola del - non si può mangiare dopo mezzogiorno -, volesse proteggere i monaci dal rischio del risveglio del desiderio sessuale. Dove abbia appreso che mangiare nel pomeriggio sia afrodisiaco, non ci è dato sapere.
Ho scoperto che è proprio questo il motivo per cui le donne sono sedute dietro nella Dhamma hall (sala di meditazione). Per proteggere gli uomini deboli di carne, il cui desiderio sessuale potrebbe bussare alla porta vedendo le “parti segrete femminili” - così le ha definite Ajahn - affacciarsi durante le prostrazioni, che sono veramente tante, soprattutto durante i canti.
I buddhisti si inchinano alle statue di Buddha tre volte. La prima è per portare rispetto a Buddha l’illuminato e alla nostra natura di Buddha (Tathāgatagarbha); la seconda è per il Dhamma, la verità e gli insegnamenti; il terzo inchino è al Sangha, la comunità dei suoi discepoli illuminati.
I thailandesi mi sembrano estremamente gentili e rispettosi e quando ti passano davanti fanno una specie di inchino, così pure quando ti ringraziano, sempre col sorriso e le mani giunte in preghiera.
DAY 8
Sono le 21:33, di solito a quest’ora sto già dormendo, ma stasera c’è stato un gran movimento nel mio kuti (bungalow) e ora sono afflitta. Ma quanto cavolo era grande quel ragno? Quasi quanto una mia mano! Se ne stava beato proprio sopra il mio letto, ero spaventatissima e anche lui suppongo. Che mobilità affascinante, ma allo stesso tempo che brutto che era, tutto ricoperto di peli. Gli ho aperto la finestra e indicato la via d'uscita con la scopa, ma niente… gli piaceva quell’angolino lì.
Mi dispiace tantissimo che abbia fatto una brutta fine. Il guardiano del monastero, che ho rincorso mentre girava con la torcia elettrica per controllare non so cosa, mi ha fatto capire, mimando, che era pericoloso.
Prima di entrare nel mio bungalow ha afferrato un bastoncino lungo non più di 20 centimetri, ed ho pensato: che ci farà con un coso così corto che è quasi più piccolo del ragno? Gli avrei voluto dire di cacciarlo via senza ucciderlo, ma non ne ho avuto il tempo. Con fare rapido e deciso ha colpito il ragno una sola volta che, poverino, si è rattrappito all'istante. Pensandoci bene non sono sicura che fosse morto, ma sicuramente non era più nella mia stanza.
Cosa avrebbe fatto un monaco al mio posto?
Parlo sempre di monaci e non di monache perché non se ne vedono molte in giro. Il movimento buddhista è molto misogino - mi dispiace dirlo, ma è così - e quindi le monache sono molto spesso le servette dei monaci che sono sacri e avrebbero come obiettivo quello di raggiungere l’illuminazione. Dico “avrebbero” perché ce ne sono di tutti i tipi. Ho sentito dire da fonti certe che la maggior parte di loro non ha una vera vocazione, ma sceglie il cammino monastico per avere una vita facile ed essere rispettato dalla gente.
Al mercato di Lampang ho visto la gente fare la fila per offrire il cibo ai monaci e ricevere la loro benedizione, mentre ignoravano una povera monaca che se ne stava impalata all’entrata e sembrava una sorta di mendicante. Che brutta scena!
E comunque, il clericato cattolico non mi sembra sia messo molto meglio in termini di parità di diritti, vabbè, lasciamo perdere…
I monaci qui hanno 227 regole da rispettare e le monache 300 o anche di più. Sarei proprio curiosa di leggerle tutte. So per certo che entrambi non possono andare in bicicletta né fare sport.
Stamattina, mentre mi allenavo, pensavo: "Abbiamo un corpo, tanto vale onorarlo con il movimento!” No, per loro non è così ed è dura da mandar giù. Durissima.
Infatti i monaci non mi sembrano dei grandi fisicati, forse il prossimo ritiro lo dovrei fare con gli Shaolin che almeno fanno arti marziali e sfruttano la loro corporeità.
Ogni mattina alle 6:20 c’è l’Alms Round (giro di offerte) che qui al tempio è una cerimonia spaccaginocchia, forse meno di quella per il pranzo, che ho iniziato ad apprezzare solo gli ultimi giorni.
In Thailandia non c’è una struttura potente come il Vaticano che sostiene il monacato e i monaci vivono di elemosina - che mi piace di più chiamare offerte - da parte della comunità (Sangha) che a sua volta acquisisce dei meriti che contribuiscono a creare un buon Karma, compiendo questa buona azione.
La loving kindness (gentilezza amorevole) è un pilastro fondamentale del buddhismo, infatti i thai mi sembrano un popolo molto gentile oltre che sorridente.
Dunque i monaci, all’alba, vanno in giro per i paesini e per le città con la loro grande ciotola di metallo a tracolla e si fermano davanti a ogni casa o bancarella che desidera offrire cibo e talvolta beni di altro genere.
Una mattina a Bangkok, ipnotizzata dalla loro camminata consapevole, li ho seguiti per un bel po’ con tutti i bagagli sulle spalle senza rendermi conto che la mia destinazione si trovava nella direzione opposta e avevo anche un bus da prendere.
Le prime volte mi commuovevo nel vedere le persone togliersi le scarpe, inserire l’offerta nella ciotola, inginocchiarsi, congiungere le mani, abbassare la testa e aspettare una sorta di benedizione - credo - da parte del monaco.
Qui al tempio hanno organizzato le offerte in modo che noi possiamo prendere parte a questo importante rituale che facilita la connessione e lo scambio tra la popolazione e i monaci. Ogni mattina li aspettiamo in ginocchio (i più temerari) o seduti per terra a gambe incrociate, disposti in due lunghe linee, le donne da una parte e gli uomini dall’altra, con un piatto di riso davanti, lo stesso piatto che utilizziamo in seguito per la nostra colazione. Farei meglio a scrivere per la loro colazione visto che, da quando ho scoperto la frutta del negozietto, non ho più ingurgitato riso e verza a colazione, ma frutta.
Verso le 6:20, quando l’aria è ancora fresca e il cielo inizia a schiarirsi, il potente suono del gong annuncia l'arrivo dei monaci. Si percepiscono solennità, pace, devozione, curiosità da parte dei nuovi arrivati e qualche scricchiolio di ginocchia. I monaci avanzano silenziosamente in fila indiana e con passo consapevole o almeno così mi sembra. Magari, invece, hanno la testa tra le nuvole oppure l'acquolina in bocca per la colazione e sono bassamente proiettati nel futuro all’idea di appagare questo desiderio terreno, chissà.
Noi li contiamo da lontano, non si sai mai in quanti in si presentano, e iniziamo lo sporzionamento del riso appiccicoso che richiede una certa maestria.
Nessuno ti insegna i gesti di rito, li apprendi guardando gli altri. Mentre il monaco si sta avvicinando ti devi posizionare rigorosamente in ginocchio, devi chinare la testa, portare il piatto al di sopra di essa in segno di riverenza, credo, e poi versare il riso nella sua ciotola, con gesto deciso altrimenti rimane attaccato al cucchiaio e non vogliamo assolutamente che questo inconveniente si presenti.
Dopo aver ricevuto il riso da almeno cinquanta tra meditatori e meditatrici, tutti i giorni (che pazienza che ci vuole), si siedono a gambe incrociate su una specie di palchetto davanti ai vari Buddha, intonano qualche canto e/o benedizione stonata che inizia con tanta enfasi ma che termina tipo giradischi rotto e poi ci lasciano andare ai tavoli mentre loro attendono il resto della colazione, che spesso è come il pranzo. O piuttosto dovrei dire che il pranzo è composto dai resti della colazione più qualche altra pietanza. In Thailandia non esiste il concetto di colazione in quanto pasto diverso dagli altri due. Loro già dalle sei del mattino mangiano riso, carne e spiedini, il tutto accompagnato da salsa piccante a volontà.
Ricordo le mie prime notti insonni a Bangkok, per via del jet leg, quando venivo svegliata all'alba, ossia appena avevo preso sonno, dal rumore dei coltelli che tagliavano la qualunque e dal mortaio in cui pestavano le spezie, proprio sotto la mia finestra, in strada. Fanno tutto in strada qui, le cucine sono tutte all'aperto e spesso non capisci se è la cucina di una famiglia o un banchetto di ristorazione.
Il rituale delle offerte del pranzo è diverso da quello del mattino e ancora più spaccaginocchia. Dopo il gong e la camminata compassata forse consapevole o forse piena di avidità per il secondo e ultimo pasto della giornata, i monaci si accomodano nelle loro postazioni. Le donne creano due file davanti all'abate Porcellana, mentre gli uomini si siedono in linea a ridosso del palchetto dei monaci. Procedendo in ginocchio, due a due, le donne consegnano all'abate una pietanza preparata con amore dai cuochi del tempio. Tale pietanza, come per la cerimonia del mattino, viene portata prima al di sopra della testa, anche se pesa un casino, e poi viene poggiata su una lingua di tessuto arancione per evitare il contatto diretto. Una delle 227 regole che i monaci devono seguire è "non toccare nessuna donna, neanche tua madre", quindi tale stratagemma evita il rischio di ROMPERE questa regola e sporcare il Karma, dico io.
Gli uomini, che possono toccare i monaci, si passano di mano in mano le pentole fino a raggiungere tutti i monaci e poi i tavolini del self service.
Seduti davanti alla loro ciotola stracolma di ogni ben di Dio ma tutto ammassato insieme, i monaci, prima di godere con equanimità di tale dono del Sangha, devono aspettare che sia terminato il discorsetto di Porcellana che farfuglia parole incomprensibili in inglese e in thailandese, a volte per un tempo infinito.
Li tengo d'occhio, i monaci. Non battono ciglio, se ne stanno immobili, spesso con gli occhi chiusi, molto raramente si grattano e attendono pazientemente. Sono impeccabili. Che invidia.
DAY 9
Ultimo giorno intero al monastero, me lo voglio godere tutto (anche se mi si è bloccato il collo), chissà quando mi ricapiterà l’occasione di vivere un'esperienza così intima.
Il mio respiro ora sembra un luogo così intimo con me stessa e, allo stesso tempo, con l’intero universo, che credo di iniziare a capire cosa significhi “prendere rifugio", concetto così importante nella filosofia buddhista ma per me rimasto vago fino ad ora. Certo, loro intendono prendere rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha, non nella respirazione, ma io posso fare come mi pare… anche perché il buddhismo stesso sostiene che i dogmi e la fede non possono aiutare a prendere rifugio, dunque, mi sento libera di interpretare questo concetto come voglio.
All’inizio ero veramente arrabbiata con i monaci. Il loro stile di vita così estremo mi appariva sacrilego perché, cavolo, stanno rinunciando alla vita! Ora, invece, mi vengono i brividi quando mi sorprendo a pensare: “E se avessero ragione loro? E se quello che conta veramente non fosse il mondo lì fuori ma quello dentro di noi?”. Loro hanno rinunciato alla mondanità, non alla vita.
Comunque, la maggior parte di loro non ci tiene a ritornare su questa terra visto che vuole raggiungere l’illuminazione anche per non reincarnarsi, ma qui il discorso sarebbe lungo e non ho tempo di scrivere perché tra poco inizia la meditazione camminata pomeridiana, quella che mi piace di più perché attraversiamo il bosco e passiamo accanto alle grotte.
Questo però me lo devo appuntare perché è stato troppo divertente.
Ajahn ci spiega che attraverso la meditazione Vipassana si riesce a capire il vero senso della vita. “Wow, allora lei ha capito il senso della vita!” esclama Machi, una giovane italiana molto sveglia, “Ce lo potrebbe spiegare?”.
“No, mi dispiace” risponde il monaco serafico, “Non lo capireste!”.
Chissà, magari ha ragione lui: ci hanno insegnato che la vita serve ad esaudire i nostri desideri ma… se fosse tutta un’illusione?
La mia “monkey mind" era al top durante la meditazione camminata. “Monkey mind”, mai definizione fu più azzeccata. Mi sembrava che un gruppo di scimmiette stesse facendo baccano nella mia testa come in un mercato affollato: saltavano da un banco all'altro, rubavano frutta, facevano dispetti ai passanti e si rincorrevano senza sosta. Ogni volta che provavo a concentrarmi sui miei passi, una di queste scimmiette mentali afferrava un pensiero casuale e iniziava a giocarci, distruggendo la mia calma con la stessa facilità con cui poteva rovesciare un cesto di manghi.
Provavo a mettere l’attenzione ora sul respiro, ora sui passi, ora sul mio corpo nella sua totalità e ripetevo mentalmente “Bud - Dho”. Provavo ad osservarmi dall’esterno come se fossi un cameraman. Niente. Nada. Nisba. C’erano solo scimmiette dispettose nella mia mente.
Esasperata sovverto la regola di guardare a terra e inizio a notare la natura lussureggiante intorno a me, ad ascoltare i suoni degli uccelli, del vento e dei nostri passi. Piano piano - incredibilmente e inaspettatamente - sento che il mio corpo inizia a fondersi con la natura circostante.
Questo corpo (che non è mio ma mi sembra mio, però soprassediamo) non ha più confini. I suoni galleggiano dentro di me, mi sento infinita. Avverto la sensazione dell’aria sulla pelle, ma è come se il corpo avesse una consistenza più labile, meno definita, più eterea.
Sono il tutto e il nulla. Le scimmiette sono sparite. Ho avuto questa intuizione: “io sono il mio corpo” non è la stessa cosa di dire “il mio corpo fa parte di me”.
DAY 10
In questo monastero il silenzio è opzionale per i meditatori e le meditatrici e io ho scelto di poter parlare. Ci ho pensato un bel po’ ma, alla fine, sono tre mesi che sono in viaggio e non parlo mai con nessuno quindi ho deciso di approfittare di questa occasione per conoscere bella gente e osservare il mio modo di relazionarmici.
Il gruppetto di Italiani è stato veramente di supporto in questi giorni. Sono giovani, giovanissimi… ma simpatici, curiosi e assennati; chissà come sarebbe stata la mia vita se avessi conosciuto la meditazione a vent’anni!
Oh my God, è arrivato il momento di partire!
Mi sbrigo a raggiungere la Dhamma hall per l’ultima meditazione.
Che disastro! La respirazione era completamente bloccata, la lingua rigida, il collo incriccato, ma soprattutto avevo riposto troppe aspettative in quest’ultima esperienza.
Come quando vuoi sentire delle belle emozioni a tutti i costi e ti sforzi al massimo, ma non accade nulla di particolare e finisci per sentirti frustratissima.
Ma a cosa serve prendersi così sul serio?
Sorrido pensando che le scimmiette nella mia testa si sono fatte una bella risata per tutte queste mie aspettative. Mi rilasso e, finalmente, mi godo gli ultimi minuti di meditazione.
Sadhu, sadhu, sadhu!
Il rientro in società è stato brusco. Il viaggio nel songthaew (pick up con panchine su due file per i passeggeri) per raggiungere Pai, il paese più vicino, mi ha messa a dura prova. Sia io che la mia amica Giappa Bad Karma abbiamo rischiato più volte di dare di stomaco. Ci siamo cosparse con l’unguento magico, lo stesso unguento puzzolente che serve per lenire le punture d’insetti, le paresi, gli ematomi e qualsiasi altra problematica (così c’è scritto sulla confezione), che pare sia utile anche in caso di mal d’auto.
Ho cercato disperatamente di rifugiarmi nel respiro e, non senza sofferenza, ci sono riuscita.
Mi sono resa conto di come ogni osservazione, distrazione, e persino ogni disagio fisico, abbiano contribuito a una comprensione più chiara delle dinamiche della mente e del corpo.
Mi sento più calma, posata, compassionevole, gentile, aperta, e consapevole. È incredibile come le sfide possano fungere da catalizzatori per la crescita personale e spirituale.
Il viaggio in Thailandia sembra aver aggiunto profondità alla mia esperienza di vita.
Grazie!







